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Fitoestrogeni ed Equilibrio Ormonale

I Fitoestrogeni possono avere attività Estrogenica o Antiestrogenica!

Nelle donne in età fertile, i fitoestrogeni hanno attività antiestrogenica, perché occupano i recettori dell'estrogeno naturale, ma essendo meno potenti di quest'ultimo, l'azione farmacologica che ne deriva è un'azione antiormonale.
Al contrario, nelle donne in post-menopausa, la cui produzione di estrogeni è limitatissima e l'effetto ormonale è ridotto quasi a zero, un adeguato apporto di fitoestrogeni esplica un'azione ormonale, in quanto i fìteostrogeni non competono più con l'estrogeno naturale, che è mancante in quanto non più prodotto.
Non tutti i fitoestrogeni hanno la stessa attività nei vari tessuti; è dunque importante conoscere, di ciascun fitoestrogeno, dove si esplicherà la sua azione ormonale.
Gli endocrinologi parlano di "estrogeno ideale"', perché è bene che in alcuni casi e in certi tessuti gli estrogeni non abbiano nessuna azione.
Dunque, l'estrogeno ideale, ai fini della prevenzione delle malattie, è quello che interagisce con i recettori della pelle (per mantenerla ben idratata ed elastica), dell'osso (per la sua buona mineralizzazione) e del cervello (per la prevenzione della demenza senile), mantenendoli in buona salute, e che manifesta un'azione positiva sul profilo lipidico (colesterolo e trigliceridi) ma, contemporaneamente, non va a sollecitare i tessuti a rischio di degenerazione cancerosa, come l'utero e la mammella.
Tra i diversi fitoestrogeni studiati, quello che si avvicina all'estrogeno ideale è la genisteina, in quanto essa non ha attività sul tessuto uterino, sul tessuto del seno e su quello della vagina, mentre ha un'azione favorevole su cervello, osso e sul tasso lipidico ematico.

Edizioni Planta Medica - Autore Fausto Mearelli

Pubblicato da Amministratore di sabato 2 novembre 2002 alle ore 19:45

Attività Antitumorale dei Fitoestrogeni

Tumori e fitoestrogeni

I fìtoestrogeni contenuti nella soia (genistina, daidzina e biochanina A) hanno dimostrato, in laboratorio, di inibire la crescita delle cellule tumorali. Ma ciò che rende particolarmente interessante il consumo della soia e di altri vegetali ricchi di fìtoestrogeni è che probabilmente l'effetto antitumorale si ottiene senza dover subire effetti collaterali disturbanti o a lungo andare inaccettabili. La genisteina non influenza in modo negativo la libido e la potenza sessuale maschile, ma sembra abbastanza attiva da ridurre i rischi di contrarre un tumore prostatico.
Nel caso del tumore della prostata e della mammella, l'azione protettiva svolta dai fitoestrogeni è probabilmente dovuta all'attività antiestrogenica degli stessi: infatti, come già accennato, i fìtoestrogeni si legano agli stessi recettori degli ormoni naturali e poiché, rispetto a questi, sono dotati solo di una debole azione ormonale, il risultato finale è che le cellule mammarie e prostatiche sono meno esposte agli stimoli estrogenici e dunque al rischio di cancro. Lo stesso meccanismo si verifica anche nei tumori dell'utero e alla mammella, dove l'impiego di fìtoestrogeni assunti attraverso la dieta ha mostrato buone doti antitumorali.
I lignani, presenti nei semi di lino, trasformandosi in enterolactone ed enterodiolo, inibiscono la proliferazione di cellule maligne. Ma in questo caso non si tratta di un'azione antagonistica sui recettori ormonali, ma di azioni farmacologiche ad altri livelli ed in particolare sui meccanismi della apoptosi, dell'angiogenesi e del sistema di neutralizzazione dei radicali liberi. Non è un caso, quindi, che in Scandinavia si punti sui semi di lino e sui cereali, ricchi di lignani, anche per la prevenzione dei tumori non ormone-dipendenti dell'apparato digerente.
Un'altra interessante azione dei fitoestrogeni è l'inibizione della neo-vascolarizzazione delle cellule tumorali. In questo caso il tumore non può crescere e quindi, se presente, rimane di piccole dimensioni. I fitoestrogeni favoriscono inoltre l'autodistruzione delle cellule tumorali (fenomeno chiamato apoptosi o suicidio cellulare).

Da Ediz. Planta Medica - Autore Fausto Mearelli

Pubblicato da Amministratore di sabato 2 novembre 2002 alle ore 19:27

Una Speranza contro l'Artrite Reumatoide?

Uncaria tomentosa e Artrite Reumatoide

L’uncaria sembra ridurre l’infiammazione.
Per alleviare le sofferenze di chi è afflitto dall’artrite reumatoide, malattia infiammatoria delle articolazioni che in Italia interessa almeno 400 mila persone, sembra d’aiuto un estratto altamente purificato di Uncaria tormentosa.

Lo studio

È quanto emerso da uno studio clinico, pubblicato sulla rivista Journal of Rheumatology. L’azione antidolorifica dell’estratto è stata sperimentata su pazienti, già in terapia con farmaci convenzionali. La ricerca è durata 52 settimane. Nel complesso, l’uncaria si è rivelata efficace nel ridurre il dolore articolare a fronte di effetti collaterali molto modesti.
L’azione più nota dell’uncaria è quella stimolante del sistema immunitario che ne giustifica l’utilizzo come preventivo delle malattie da raffreddamento. A prima vista, questo tipo di effetto dovrebbe portare a controindicare la pianta in chi soffre di malattie con una componente autoimmunitaria come l’artrite reumatoide commenta Antonello Sannita, docente del Corso di perfezionamento in fitoterapia dell’Università di Siena e direttore scientifico dell’International Academy of Phytotherapy.
D’altra parte continua l’esperto questa pianta ha anche una documentata azione antinfiammatoria e antidolorifica che potrebbe spiegare i validi risultati ottenuti nello studio considerato.

La perplessità

A causa di queste apparenti contraddizioni, inviterei tuttavia alla cautela: prima di promuoverne l’utilizzo nell’artrite reumatoide occorre che nuovi studi ne confermino l’utilità e la sicurezza.
L’uncaria non presenta effetti collaterali rilevanti e anche se, di solito, risulta ben tollerata, è comunque sconsigliabile il suo impiego in gravidanza e nei bambini sotto gli otto anni. È, inoltre, buona regola evitare di assumerla in dosi eccessive che possono favorire episodi di diarrea.

Da: Corriere della Sera Salute a.s.

Pubblicato da Amministratore di sabato 2 novembre 2002 alle ore 01:14

Piante e Vaccini

Vaccini dalle Erbe

Foglie di tabacco e pomodori ingegnerizzati: sono le nuove fabbriche di proteine che, in futuro, ci proteggeranno da tumori, infezioni e gravi malattie ereditarie.
Piante trasformate in fabbriche di produzione per farmaci e vaccini. Efficienti, inesauribili, sicure, economiche. Se ne parla da una decina d'anni e ora, grazie al lavoro di alcuni ricercatori italiani, l'obiettivo è più vicino.
La prima serra trasformata in biofabbrica si trova a qualche chilometro da Roma: è il centro Casaccia dell'Enea, nel cui laboratorio di genomica vegetale crescono un centinaio di piante. Per entrare bisogna superare una pesante porta, dopo di che, fermi in un vano, si viene investiti da un violento getto d'aria: scende dal soffitto e porta via da indumenti, capelli e scarpe il materiale esterno (polvere, insetti e polline) che potrebbe contaminare le piante.
Dopo questa energica «spolverata» si entra nella serra dove, in una decina di piccole celle, piante di tabacco e pomodoro nano vengono coltivate su torba e terra, innaffiate e monitorate da una serie di esperti in camice bianco. «È l'unica struttura italiana di livello 2 di biosicurezza» dice Eugenio Benvenuto, responsabile della serra. «Cioè un ambiente in cui la pressione interna è inferiore a quella esterna per eliminare il pericolo che vi siano rilasci nell'ambiente, e dove la serra è dotata di aria condizionata con particolari filtri».
Grazie a tecniche di ingegneria genetica, queste pianticelle hanno la capacità di fabbricare particolari proteine. I pomodori, per esempio, producono una proteina regolatoria del virus dell'aids; la speranza è quella di ricavare un vaccino preventivo contro l'hiv, che impedisca l'infezione in persone sane. Una volta che il pomodoro nano è maturato, si potrebbe liofilizzarne il contenuto ottenendo una polverina commestibile che immunizza dall'infezione.
Ma se il vaccino per l'aids è, per ora, lontano, alla Casaccia ne hanno uno in fase avanzata di sperimentazione per il cancro alla cervice provocato da un tipo di papilloma virus. Le cellule di questo tumore presentano, sulla superficie, una particolare proteina, la E7. I ricercatori l'hanno inserita dentro un virus della patata, utilizzato come vettore; e hanno poi «infettato» normali piante di tabacco. Queste, in risposta all'infezione, hanno prodotto grandi quantità di E7.
Il passo successivo è stato vaccinare, con la E7 ricavata dal tabacco, topi nei quali sono state poi iniettate cellule cancerose. Risultato dell'esperimento (pubblicato su Cancer research insieme all'Istituto superiore di sanità e all'ospedale Regina Elena di Roma): quasi la metà degli animali non ha sviluppato il tumore, e negli altri le sue dimensioni erano limitate. Mentre nei topi non vaccinati, il cancro era più diffuso. «È un risultato importante» dice Benvenuto «perché tutti i precedenti tentativi per ottenere la proteina E7 in cellule di insetto o nei batteri non hanno dato risultati soddisfacenti». Sempre sul tabacco (è una pianta che cresce in fretta e produce foglie molto grandi) stanno lavorando altri ricercatori delle università di Udine e Piacenza. In particolare, a Udine hanno ottenuto un enzima per la cura della sindrome di Gaucher: una grave malattia ereditaria che provoca danni a fegato, midollo osseo e milza. Da poco più di un mese gli scienziati, guidati da Stefano Marchetti, hanno iniziato a coltivare in campo aperto alcune piante transgeniche che accumulano nei semi l'enzima (glucocerebrosidasi) carente nei malati.
È l'unico esperimento di questo genere finora autorizzato in Europa, e le piante sono nella prima fase di crescita. In autunno si raccoglieranno i semi da cui estrarre il prezioso enzima. A ottobre i ricercatori proveranno a darlo ad animali di laboratorio; nel 2003 contano di testarlo sull'uomo. Se tutto andrà bene, il farmaco potrebbe essere in commercio nel 2004. A spiegare i vantaggi della produzione di questo enzima in una pianta è Marchetti: «Sono sufficienti 12 chilogrammi di seme per disporre di una quantità di enzima pari a quella che si può ricavare da 40 mila placente umane. Quanto basta a fornire la cura, per un anno di tempo, a tutti i bambini italiani malati». Un altro vantaggio, continua Marchetti, è che i semi producono l'enzima per molti mesi a temperatura ambiente; ciò significa che non è richiesta la catena del freddo per la conservazione e il trasporto. Altro aspetto importante è quello della sicurezza: proteine ed enzimi ricavati da tessuti (umani o animali) richiedono complesse procedure di purificazione.
Nelle piante, il problema non c'è. E i costi di estrazione sono molto più bassi. «Lo si capisce facendo un paragone» dice Corrado Fogher dell'università Cattolica di Piacenza. «Coltivare un ettaro di tabacco transgenico costa circa 2.500 euro, estrarre l'enzima dai semi più o meno 10 mila. La stessa quantità, ricavata da placente umane, costa un milione di euro». Passare dalle serre alle coltivazioni in campo aperto richiede comunque cautela. Il primo imperativo è evitare il rischio che il polline passi a colture vicine. «Per quello che riguarda l'enzima glucocerebrosidasi espresso nel tabacco, l'iter di approvazione ha richiesto due anni» precisa Fogher. «Anche se il polline di tabacco percorre pochi metri, perdendo poi vitalità, ci siamo accertati che il campo più vicino fosse a una distanza di oltre 60 km. Dopo il raccolto bruceremo i residui vegetali. E se qualche piantina prodotta da seme caduto germinerà, sarà distrutta».
La possibilità offerta dalle serre, in ogni caso, è talmente promettente che è facile prevedere, in futuro, un mercato farmaceutico ricco di molecole estratte dalle piante. In alcuni casi i farmaci esistono già: l'irudina, per esempio, è l'antitrombotico più efficace e viene secreto nelle ghiandole salivarie della sanguisuga; ma oggi si sono studiate altre soluzioni, come ricavarla da batteri ingegnerizzati. Oggi l'irudina viene fornita in grandi quantità da piante di colza, e il medicinale è in commercio. Negli Usa, intanto, altri scienziati stanno lavorando a un vaccino per il morbillo partendo da piante di lattuga, e un altro gruppo sta studiando una protezione per il linfoma prodotto dal tabacco. Non solo: l'immunologo inglese Julian Ma ha ottenuto ottimi risultati nella sperimentazione di un vaccino per la carie espresso nel tabacco; la commercializzazione è prevista nel giro di due anni. Basterà utilizzare uno speciale dentifricio una volta ogni quattro mesi e le carie, nonché il trapano del dentista, saranno solo un ricordo.

Da: Panorama, Autore Gianfranco Bangone

Pubblicato da Amministratore di sabato 2 novembre 2002 alle ore 01:03

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